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Futuro

Molti lavoratori rimarrano disoccupati nel prossimo futuro?

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Innovazione e intelligenza artificiale stanno davvero sostituendo l’uomo?

Cambiamenti in vista

In un’epoca in cui le crisi economico-finanziarie, quelle pandemiche, ambientali, politiche o anche sociali, contribuiscono non poco ad aumentare il clima di incertezza verso il futuro, la robotica avanzata e l’intelligenza artificiale si aggiungono ai temi attuali e sono guardate da molti con grande attenzione.

Quanto questi ultimi ci debbono preoccupare?

Abbiamo buoni motivi per ritenere che molti lavoratori rimarranno disoccupati nel prossimo futuro?

Queste e altre domande sono alla base delle ansie di molti di noi quando, di fronte a un progresso così vorticoso in cui le macchine hanno un ruolo importante, si cerca di capire come il lavoro dell’uomo possa avere ancora un valore.

Innovazione, problema per molti?

L’interrogativo è nuovo ma il tema delle insidie dell’innovazione è vecchio. Economisti del calibro di Smith, Ricardo, Keynes e via discorrendo, se ne sono già occupati e, sulla base dell’esperienza storica, è possibile ritenere che ci preoccupiamo sempre eccessivamente.

Ogni volta le nuove tecniche hanno dimostrato di riuscire a creare nuovi posti di lavori sufficienti per riassorbire quelli scomparsi proprio per via dell’ausilio di nuove macchine.

Oggi sembriamo più timorosi perché l’innovazione, rispetto al passato, non solo si sta sviluppando a una velocità impressionante, ma sta dimostrando di svolgere compiti che pensavamo fossero di esclusiva competenza dell’intelligenza umana (per esempio l’assistenza post vendita del cliente).

Alcuni economisti hanno stimato che un robot in grado di essere controllato automaticamente, riprogrammabile e utilizzabile per diversi scopi, potrebbe sopprimere mediamente sei posti di lavori.

A ben vedere l’innovazione che si sta sempre più affermando non solo non sta intaccando le mansioni a qualifiche basse, ma sta invece incentivando la domanda di qualifiche elevate con contenuto tecnologico.

L’attuale automatizzazione, negli ultimi due decenni, sta invece soppiantando le qualifiche professionali che richiedono capacità cognitive medie, i cui livelli occupazionali e il salario hanno oltremodo subito una certa compressione.